Amazon, fabbrica di lavoro o di precarietà?

COLLEFERRO (ROMA) – C’è chi parla di mille, chi di 2mila. Tra gli ex lavoratori interinali di Amazon Colleferro non rinnovati e mandati a casa alla fine di dicembre le voci si rincorrono. Ad oggi, però, non sono state comunicate stime ufficiali sui contratti di somministrazione non prorogati nel neonato polo logistico costruito in tempi record nella cittadina in provincia di Roma, tra la discarica di Colle Fagiolara e il monumento naturale della Selva di Paliano e Mola di Piscoli, lungo la strada del vino cesanese. Tutto tace anche dall’Adecco, l’agenzia per il lavoro che si occupa delle selezioni e ha assunto il personale per il primo ‘picco’ del nuovo stabilimento, che non risponde alla richiesta dei numeri ufficiali inoltrata dall’agenzia di stampa Dire.

Tra gli addetti ai lavori italiani del colosso di Seattle lo chiamano così, ‘picco’, il periodo che va da ottobre e dicembre, tra i prime day, il black friday e Natale, quando gli ordini dei consumatori online schizzano alle stelle sull’onda delle offerte, la febbre dei pacchetti sale e braccia e gambe devono moltiplicarsi in numeri e sforzi nella corsa alla consegna, in cui puntualità e affidabilità sono marchio di fabbrica. È soprattutto qui che entra in gioco l’esercito degli interinali della logistica, tra i 40mila dipendenti della multinazionale dell’e-commerce che oggi incrociano le braccia nel primo sciopero nazionale dell’intera filiera.

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A Colleferro, dove l’azienda ha annunciato la creazione 500 posti di lavoro indeterminato entro tre anni, il malcontento serpeggia tra quelli che a pochi mesi dall’apertura possono già considerarsi ex, assunti in piena pandemia per quattro settimane o poco più con la speranza che la società americana che col Covid ha visto triplicare i profitti rappresentasse un’opportunità di lavoro, flessibile sì, ma con una prospettiva di stabilizzazione in un futuro non troppo lontano. E invece per ora la speranza è sfumata in miraggio, in un territorio che dal 2016 è Area di crisi industriale complessa, perimetrato nel Sin (Sito di Interesse Nazionale) Bacino del fiume Sacco, che quest’anno affida la sua rinascita alle stelle, con Colleferro Capitale europea dello Spazio 2021.

“Sono stato assunto nel magazzino Amazon di Colleferro per il periodo che andava da novembre 2020 fino a pochi giorni prima della fine di dicembre”, racconta all’agenzia Dire un ex interinale assunto come ‘stower’, mansione che consiste nello “stoccare negli scaffali i prodotti ricevuti per poi aspettare che i ‘picker’ vadano a prenderli per spedirli. Avevo un contratto full time da quattro settimane- aggiunge- ci avevano detto che potevamo scegliere tra il Mog (Monte ore garantito, ndr), che era di tre mesi su due giorni a settimana, contratto a chiamata, full time o part time notturno. Poi in realtà hanno deciso loro, perché dicevano che era rimasto solo il full time”. Ma è “il Mog a tre mesi il contratto generalmente usato in Amazon”, assicura alla Dire Norberto Benemeglio, responsabile di Nidil Cgil Roma Sud Pomezia Castelli. “Si tratta di un contratto di somministrazione in cui il rapporto è tripartito a tre soggetti: lavoratore, datore di lavoro, che in questo caso è Adecco, e utilizzatore, cioè Amazon. È un contratto a fascia bloccata- aggiunge- il che significa che deve essere già prevista nel contratto una fascia oraria in cui il lavoratore saprà quando dovrà svolgere le sue 16 ore assegnate”. La fascia oraria può però variare, così come può aumentare il monte ore, sempre col consenso del lavoratore. “Il contratto è scritto in modo regolare, si gioca tutto sul fatto che il datore di lavoro ti chiede il cambio di fascia- ragiona- Il lavoratore può dire di no, ma si tratta di contratti a termine. Se dico di no alle ore supplementari poi mi rinnovano il contratto? Un lavoratore così è piuttosto ricattabile. E allora se tu azienda fai lavorare le persone 40 ore perché non le assumi invece che col Mog con un contratto di lavoro part time o full time? Sotto questo aspetto Amazon non mi sembra sia propensa a parlare. Si è arrivati allo sciopero anche perché su questo aspetto non c’è dialogo”.

“La settimana di lavoro iniziava dalla domenica, il venerdì ci arrivava l’e-mail con il turno di tutta la settimana successiva- riprende l’ex stower- Noi full time facevamo una settimana la mattina, una il pomeriggio e una la notte, con turni da otto ore e una pausa di 25-30 minuti”. “Giusto il tempo per arrivare alla mensa- racconta alla Dire un ex magazziniere, anche lui interinale, addetto all’impacchettamento- Dopo dieci minuti-un quarto d’ora ritornavi subito sul luogo di lavoro e dipendeva pure dalla postazione in cui uno si trovava, perché capace che ci mettevi molto tempo ad arrivare dal posto alla mensa e viceversa”. Molti rinunciavano a quell’unico stop, perché “erano convinti che facendo di più avrebbero avuto più possibilità di essere tenuti”.

Una vera e propria “illusione” denuncia un’ex picker assunta per un mese mezzo tra novembre e dicembre 2020, due bambini, un marito disoccupato a causa della crisi innescata dal Covid, un lavoro part time in una ditta di pulizie lasciato per abbracciare il sogno di un futuro migliore in Amazon. “Avevo mandato il curriculum mio e di mio marito appena aperte le selezioni, ma hanno chiamato solo me- racconta- Dopo due colloqui ci hanno inviato una serie di test via e-mail in cui ci chiedevano anche cose come: ‘Sei capace di rubare?’, ‘Se vedi un collega che ruba che fai?’”. Poi la “formazione, in cui un dipendente Amazon ci aveva assicurato che era un’azienda seria e che ci avrebbe assunto. Anche nel colloquio preassuntivo non ci era stato detto che eravamo stati presi solo per il picco”. E invece, il giorno dopo l’ultimo turno, alla fine di dicembre, arriva la chiamata di Adecco “per dirci che il contratto finiva lì”.

“La cosa buffa è che non possiamo ripresentare la domanda per lavorare neanche in un altro stabilimento Amazon perché già risultiamo registrati e figurerebbe leggi tutto l’articolo sul sito della fonte

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