Bassetti: “Forme gravi di epatite nei bambini che non hanno sviluppato anticorpi”

ROMA – “È molto probabile che nelle epatiti acute nei bambini sia responsabile l’adenovirus, che normalmente quando incontra i bambini nei primissimi mesi o anni di vita dà quadri respiratori molto blandi, con febbre e sintomi gastrointestinali come diarrea o mal di pancia. È allora plausibile che, avendo incontrato bambini un po’ più grandi, che non avevano sviluppato gli anticorpi da piccoli, questo virus abbia avuto un effetto abbastanza paradosso, cioè anziché fermarsi e dare un’infezione molto leggera ha dato delle epatiti anche molto gravi che hanno portato al trapianto”. Lo ha detto Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, interpellato sul tema nel corso di una intervista video rilasciata alla Dire.

“Questa – ha proseguito Bassetti – è una ipotesi legata al fatto che i bambini, negli ultimi due anni, hanno avuto molta meno socializzazione rispetto al passato a causa del Covid, quindi hanno usato le mascherine, sono stati spesso in dad perché le scuole erano chiuse, e i genitori hanno preferito tenerli un po’ più ‘a riparo’”.

Intanto qualcuno oggi dice che potrebbe esserci anche una coabitazione tra l’adenovirus e il Covid, cioè che “fondamentalmente i due virus agiscono insieme, sinergicamente. Credo però – ha sottolineato Bassetti – che la risposta più importante venga dal fatto che i casi sono limitati: è vero che sono un po’ di più, ma non tanti di più rispetto a quelli che si segnalano normalmente. Anche prima del Covid vedevamo ogni anno casi di epatiti a origine sconosciuta, sia nei bambini sia negli adulti, a cui non eravamo in grado di dare una risposta”. In conclusione, secondo l’infettivologo, l’adenovirus potrebbe avere “un ruolo importante e su questo evidentemente bisognerà riflettere”.

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“PESTE SUINA, IL RISCHIO È IL SALTO DI SPECIE”

A proposito dei casi di peste suina che si sono registrati in alcune regioni italiane (soprattutto Piemonte e Liguria, adesso anche nel Lazio), Bassetti ha spiegato: “Siamo di fronte ad una situazione verso la quale bisogna agire in maniera efficace, perché se la peste suina che era in Liguria e in Piemonte oggi è nel Lazio, è evidente che qualcosa è ‘scappato’ e non ha funzionato a livello di controllo infettivo”.

“L’approccio deve essere ‘One health ‘- ha proseguito l’esperto – non possiamo pensare che il mondo umano sia separato da quello animale. E bisogna fare attenzione, perché se la situazione sfugge di mano è un disastro non solo per gli animali, quindi da un punto di vista economico, ma anche perché il pericolo è di avere la peste suina negli allevamenti e quindi nelle case di molti allevatori che ci convivono, con il rischio che questo virus possa fare il cosiddetto ‘spillover’, cioè il salto di specie. Cosa potrebbe accadere quando magari ci saranno 100 casi di peste suina trasmessi dagli animali all’uomo? Nessuno vuole fare del terrorismo – ha precisato l’infettivologo – ma se vogliamo evitare problemi per gli esseri umani dobbiamo arrivare a ‘zero’ casi di peste suina”.

“INFLUENZA FA PIÙ DANNI AI SISTEMI IMMUNITARI MENO ALLENATI”

“Il vaccino spray contro l’influenza nei bambini non è molto utilizzato, quindi non possiamo dire che non abbia funzionato. Il punto credo sia questo: nel momento in cui noi siamo tornati ad avere una vita normale, è evidente che la nostra bocca e il nostro naso sono diventate ‘porte di entrata’ per i più svariati microrganismi. Quindi quando quest’anno è arrivato il virus dell’influenza, peraltro dopo due anni in cui non ne siamo venuti a contatto, tra lockdown e mascherine, è evidente che abbia fatto maggiori danni di quanti non ne avesse fatti prima, perché ha trovato dei sistemi immunitari meno pronti e allenati a quel virus. E questo vale per l’adenovirus come per una miriade di altri microrganismi”, ha osservato Bassetti.

“Non possiamo pensare di vivere tutta la vita con la mascherina – ha proseguito il primario della Clinica di Malattie Infettive del San Martino di Genova – ma dobbiamo far sì che il nostro sistema immunitario venga in contatto anche con gli altri microrganismi per i quali non esiste un vaccino. I bambini piccoli, che da due anni indossano la mascherina, come faranno a rafforzare il loro sistema immunitario se non vengono in contatto con qualche microrganismo?”.

Secondo Bassetti, dunque, anche per questo è “arrivato il momento di eliminare la mascherina e di far tornare ad allenare il nostro sistema immunitario. Qualcuno quando lo dico mi scambia per ‘negazionista’, ma sono semplicemente realista e faccio il medico di mestiere, mentre molti di quelli che parlano delle mascherine il medico non lo hanno mai fatto. Non possiamo continuare a tenere le persone in una campana di vetro, anche perché abbiamo visto che il Covid con la mascherina si prende lo stesso, con il rischio, così facendo, di non prendersi però neppure altri virus che invece magari servono a qualcosa”.

Per l’infettivologo, insomma, è tempo di “mandare in soffitta questa benedetta mascherina” e di lasciarla “unicamente a chi serve, cioè alle persone anziane e a quelle fragili, ma non per sempre”. È necessario, infine, provare a “rieducare le coscienze umane, rimaste profondamente offese da questi due anni. Le assicuro – ha confidato in conclusione Bassetti alla Dire – che oggi, quando ho a che fare con la psiche completamente bacata di alcune persone, sono in gravi difficoltà”.

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