Dal Covid ai campi profughi: il ‘diario’ in versi di Kalomenidis

BOLOGNA – Un viaggio nelle città svuotate dal lockdown o nel campo profughi dimenticato. L’incontro con la pandemia e con gli ultimi per incontrare alla fine sé stesso. È quello che descrive Filippo Kalomenidis nel suo libro “La direzione è storta”, un diario in versi pubblicato il 4 marzo dalla casa editrice Homo Scrivens. Kalomenidis era una persona diversa prima del marzo 2020. “Ero un uomo perso nella menzogna e nella corruzione del sistema- racconta lui stesso alla Dire- per cui ho lavorato come sceneggiatore per quasi vent’anni. Dopo la militanza nel movimento dei movimenti dalla fine degli anni Novanta sino al massacro di Genova nel 2001, scelsi colpevolmente di accettare l’inaccettabile, tentai di riformare il sistema dall’interno come tanti autori della mia generazione”.

Dunque, “alternavo la collaborazione a progetti televisivi che propagavano un’immagine contraffatta della realtà del nostro mondo sbranato dalla violenza del neo-capitalismo, alla scrittura di creazioni coraggiose e sincere nel dare voce agli esclusi, ai devianti, come piccoli spettacoli di teatro radicale, come la sceneggiatura ‘Un Dio a caso’ con cui vinsi il Premio Solinas, come il romanzo ‘Sotto la bottiglia’ o come la partecipazione allo script del film ‘Io sono con te’ di Guido Chiesa”. Sono gli anni, prosegue, in cui “ho soffocato del tutto la mia inquietudine, la mia vocazione alla rivolta”.

Kalomenidis non si fa sconti: “Sono stato dunque uno schiavo privilegiato che vendeva molti, troppi pezzi della propria anima. Poco prima dell’inizio della pandemia, mi trascinavo svuotato e stanco, incapace di stabilire un rapporto con la verità”.

Con il lockdown, però, Filippo ribalta ogni cosa. “Di fronte alla catastrofe collettiva e personale, il mio sguardo cambia. Scelgo di riorientare la mia vita partendo dalla mobilitazione civile, offrendo il mio piccolo aiuto e le mie mani per sostenere i reclusi nella malattia, nel Covid-19”. Kalomenidis, infatti, comincia a fare volontariato a Bologna con la Protezione civile per portare aiuti non solo materiali a chi ha contratto la malattia. “E ho chiuso con la produzione cinematografica e televisiva industriale- dice ancora alla Dire- per riabbracciare la scrittura autentica ed eversiva, per tornare all’estremismo umano e politico dei miei vent’anni con tanta consapevolezza in più. Ho cominciato la stesura de ‘La direzione è storta’ per dare parola proprio ai malati, ai cancellati, ai senza luogo, alle vite negate”. A Kalomenidis non basta l’esperienza con i malati di Covid. Decide di andare nel campo profughi di Lesvos, in Grecia. “Sono nipote e figlio di profughi”, spiega l’autore che ha origini greche. “Se i popoli non avessero avuto la possibilità di incontrarsi, non esisterei e soprattutto non esisterebbe mio figlio. Sono andato allora su una delle vie spezzate della migrazione per conoscere i rifugiati reclusi a Lesvos e raccogliere le loro storie”. Sono “esseri umani in fuga dalle guerre scatenate dall’Occidente nel Sud del mondo, imprigionati nell’orrore dei campi di concentramento che ancora una volta il potere ha costruito in Europa nell’indifferenza di tanti”.

Kalomenidis ha deciso di raccontare tutto questo in “La direzione è storta”, un libro in prosa, ma anche e soprattutto in versi. Dove quindi la parola ha ancora più importanza. Quali sono state le parole sbagliate nella narrazione della pandemia e in quella dei campi profughi? “Dobbiamo smontare- risponde l’autore alla Dire- la retorica bellicista dei governi e dei media che ci isolano socialmente e dichiarano guerra al nemico invisibile. Il virus è l’effetto di politiche economiche criminali che vengono perpetrate da decenni e del culto omicida del profitto. Si muore di Covid-19 perché non si può e non si vuole fermare la produzione”.

Quindi “il nemico è visibilissimo: è questo capitalismo in necrosi che militarizza le nostre strade, che reprime ogni forma di dissenso, che cancella i diritti umani, che devasta l’ambiente e che reclude gli ultimi del mondo in dei Lager, chiamandoli campi per rifugiati o carceri a seconda delle latitudini. Dobbiamo creare un lessico e un pensiero appropriati, veri per costruire nuove forme di comunità in opposizione alla violenza quotidiana a cui veniamo sottoposti perché la minoranza dominante continui ad ingrassare”.

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