Diciottenne morto durante lo stage, Rete ATI Friuli: “Lorenzo non era in alternanza scuola-lavoro”

ROMA – “Quello che stiamo vivendo è un dramma. Un dramma devastante che meriterebbe però un po’ di consapevolezza in più. Forse servirebbe tenere i toni più bassi, e prima di criticare dei modelli bisognerebbe conoscerli. L’alternanza scuola lavoro non c’entra nulla. Quello che frequentava Lorenzo era un Centro di Formazione Professionale”. Gabriele De Simone, è il presidente della rete ATI del Friuli-Venezia Giulia che si chiama EffePi (F sta per formazione, P per professionale). Coordina l’offerta formativa dei 13 enti della Regione con curvatura professionalizzante, tra cui anche il ‘Bearzi’ di Udine, l’istituto frequentato da Lorenzo Parelli, il giovane morto venerdì al suo ultimo giorno di stage in azienda.

A poche ore dalla tragedia che ha coinvolto tutta la comunità del territorio, la scuola resta in silenzio. Il direttore del ‘Bearzi’, Lorenzo Teston, preferisce non parlare. A fare chiarezza è De Simone, che intervistato dall’agenzia di stampa Dire spiega le caratteristiche del percorso scelto da Lorenzo e da molti suoi coetanei. Il ragazzo stava seguendo un percorso del Centro di formazione professionale del ‘Bearzi’ in meccanica industriale. Era al quarto anno, quello che si svolge in modalità ‘duale’: metà della formazione viene svolta in azienda, sottoscrivendo un piano formativo tra datore di lavoro, allievo ed ente; e l’altra metà all’interno del Centro di formazione. 528 ore presso il centro, 528 ore da svolgere in aziende selezionate, con possibilità di attivare il contratto di apprendistato di primo livello, si legge sul sito del ‘Bearzi’.

“È un modello che per sua natura nasce con una curvatura aziendale, con l’obiettivo di orientare i giovani e favorire la loro occupazione- spiega Gabriele De Simone- prima che il ragazzo entri in azienda viene comunque formato per le attività pratiche. Il primo anno non si svolge nessuno stage, ma solo laboratori. I giovani frequentano prima dei corsi di sicurezza, poi si inizia con le esperienze laboratoriali e poi con le ore di stage, che aumentano con gli anni. È un modello che funziona: nei sei mesi successivi al diploma l’occupazione dei nostri studenti è del 94%. Spesso gli studenti che arrivano nei Centri di formazione professionali hanno abbandonato altri percorsi di studi, quindi la nostra azione ha anche l’obiettivo di ridurre la dispersione scolastica”.

Un modello che però, negli ultimi giorni, è stato molto criticato da chi vede negli stage non retribuiti anche uno sfruttamento degli studenti. De Simone precisa che non si tratta di alternanza scuola-lavoro: “Non c’entra niente il Pcto, l’obiettivo dei Centro di formazione professionale è proprio quello di avviare i giovani a una professione pratica”. E allontana anche il concetto di sfruttamento: “Quando i ragazzi entrano in azienda per i primi stage, devono essere formati, quindi l’unico vantaggio delle aziende è conoscerli, vedere come si approcciano al lavoro ed eventualmente assumerli dopo la formazione”, aggiunge De Simone, che poi conclude: “Questo è un momento di grande dolore. Ma c’è anche molta confusione”.

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