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Energia, Livolsi: “Innovazione e Ai, Cina e Usa hanno un piano di sostegno. L’Europa sta a guardare”

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ROMA – “Mentre in Europa si discute se ripristinare una nuova austerity energetica a seguito della guerra in Iran e, più in generale, rallentare la transizione energetica per contenere i costi, la partita globale si è già spostata altrove. E non riguarda più solo il clima, ma la struttura stessa della crescita economica”. Innovazione ed energia al centro dell’analisi di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A., nel nuovo appuntamento della sua rubrica con l’agenzia Dire, curata da Angelica Bianco.

INTANTO CINA E USA…

“Negli Stati Uniti e in Cina- spiega- l’energia è una leva strategica. Negli Usa, l’Inflation Reduction Act ha introdotto incentivi massicci e stabili per attrarre investimenti industriali legati alla transizione: rinnovabili, batterie, idrogeno, ma soprattutto infrastrutture energetiche funzionali alla nuova economia digitale. La Cina, da parte sua, ha scelto una strada diversa ma coerente: controllo della filiera, integrazione verticale, pianificazione industriale. Oggi domina la produzione globale di pannelli solari, batterie e componenti critici, mentre continua a sostenere anche le fonti fossili per garantire stabilità e costo competitivo dell’energia. Che cosa hanno in comune questi due modelli? L’energia come fattore abilitante della crescita. Questa centralità emerge con ancora più evidenza se si guarda allo sviluppo dei data center e dell’intelligenza artificiale. L’economia digitale è energivora. I grandi operatori tecnologici stanno ridefinendo le proprie strategie in funzione della disponibilità di energia stabile, abbondante e a costo prevedibile. Non a caso, negli Stati Uniti si torna a investire anche nel nucleare e nelle grandi infrastrutture di rete, mentre la Cina accelera contemporaneamente su carbone ‘pulito’, rinnovabili e accumulo”.

LA POSIZIONE DELL’EUROPA

“In questo contesto- continua l’analisi di Livolsi- l’Europa appare in una posizione intermedia e incerta. Da un lato ha costruito un impianto regolatorio avanzato, con strumenti come l’Ets e il Green Deal, che hanno avuto il merito di anticipare la transizione. Dall’altro lato, però, fatica a mantenere una coerenza nel tempo. Il dibattito di queste settimane sul possibile ridimensionamento dell’Ets è emblematico. Non è tanto in discussione l’obiettivo – la decarbonizzazione – quanto la stabilità degli strumenti. L’Europa e l’Italia devono rendersi conto di questo: non si tratta più solo di produrre energia ‘pulita’, ma di garantire energia sufficiente, stabile e competitiva per sostenere industria, digitale e infrastrutture. È su questo terreno che si misurerà la capacità di crescita nei prossimi anni”.

UNA ‘BANCA CENTRALE EUROPEA DELL’ENERGIA’

“In questo senso, la proposta di una sorta di ‘Banca centrale europea dell’energia’ -un’istituzione capace di gestire in modo dinamico il prezzo della CO2 e gli strumenti della transizione- coglie un punto reale. Non tanto per replicare modelli esistenti, quanto per introdurre un principio oggi mancante: la flessibilità. Come la politica monetaria non segue regole rigide ma si adatta al ciclo economico, così anche la politica energetica dovrebbe essere in grado di reagire agli shock, evitando sia eccessi di rigidità sia arretramenti improvvisi”. “Il rischio, altrimenti, è duplice. Da un lato, perdere competitività rispetto a Stati Uniti e Cina, che stanno costruendo ecosistemi energetici coerenti e funzionali alla crescita. Dall’altro- conclude Livolsi- rallentare proprio quella transizione che si intende difendere”.
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