In Campania progetto con mediatori linguistici per detenuti stranieri

NAPOLI – “I detenuti che non conoscono l’italiano rischiano di essere detenuti invisibili. Non sono a conoscenza dei loro diritti e questo il costringe a vivere una condizione di doppia reclusione. Oggi chiediamo alle autorità nazionali di inserire in ogni carcere, accanto alla figura dell’educatore e dello psicologo, anche quella del mediatore culturale e linguistico”. È la richiesta del garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello che oggi, nella sala multimediale del Consiglio regionale, ha presentato la relazione finale del progetto “corso di alfabetizzazione per detenuti stranieri nelle carceri campane”. Per nove mesi i mediatori sono entrati nei penitenziari di Fuorni a Salerno, Poggioreale e Secondigliano a Napoli per mettere a conoscenza i detenuti stranieri dei loro diritti. Tra febbraio e ottobre 2020 i mediatori multilingue hanno incontrato complessivamente 167 detenuti stranieri, prevalentemente africani ed europei. Ma in totale sono 877 i reclusi di origine straniera presenti in 15 istituti per adulti della Campania, prevalentemente nigeriani, marocchini e rumeni. Senza una figura di supporto tanti detenuti non sanno, ad esempio, che e’ possibile attivarsi per il rinnovo del permesso di soggiorno anche in carcere.

“Il ruolo del mediatore – rileva Ciambriello – è fondamentale perché funge da collegamento tra il detenuto e il carcere, lo aiuta a integrarsi nel contesto e a comprenderne le regole. Sarebbe auspicabile investire maggiormente nell’insegnamento dell’italiano e incentivare la partecipazione a questi corsi”. “Con l’alfabetizzazione – sottolinea la vicepresidente del Consiglio regionale della Campania Loredana Raia – i detenuti hanno la possibilità di integrarsi meglio nella società. Una volta usciti dal carcere, saranno uomini e donne libere di potersi costruire un futuro migliore. Questo progetto è finanziato dall’assessorato alle Politiche sociali della Regione Campania che ha voluto scommettere su un progetto che si propone di umanizzare le condizione di vita dei detenuti”. “Può succedere che la non conoscenza della lingua – dice Antonio Fullone, provveditore della Campania – causi situazioni di ulteriore emarginazione. È necessario pensare all’integrazione partendo proprio da questi segmenti, quelli già di per sè più emarginati”.

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