L’immunologa Viola: “Sul vaiolo delle scimmie pesano trasmissibilità e calo dell’immunità della popolazione”

ROMA – “Il vaiolo umano è stato una delle grandi piaghe dell’umanità, certamente la più terribile malattia infettiva che ha colpito l’essere umano per gravità e diffusione. Prima della campagna di vaccinazione di massa, che nei Paesi occidentali si è conclusa tra il 1970 e il 1980, il virus del vaiolo aveva colpito le popolazioni mondiali per oltre 3.500 anni, causando la morte di centinaia di milioni di persone (si stima che, solo nei suoi ultimi cento anni di vita, il virus del vaiolo umano abbia ucciso 500 milioni di individui). Grazie alla scoperta del vaccino e agli sforzi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per portare la vaccinazione in ogni parte del mondo, il vaiolo umano è scomparso e l’ultimo caso d’infezione naturale risale al 1977, in Somalia”. Così in un post su Facebook Antonella Viola, l’immunologa dell’Università di Padova e direttrice scientifica dell’Istituto di ricerca pediatrica Città della Speranza.

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“Il vaiolo però – prosegue Viola – non è solo una malattia che colpisce gli esseri umani. Esistono vari membri della famiglia Poxviridae in grado di infettare diversi tipi di animali, tra cui roditori, gatti, cani o bovini. Tra questi, il Monkeypox virus o virus del vaiolo delle scimmie è presente nell’Africa occidentale e centrale, dove circola tra i roditori e può contagiare anche i primati. Il nome deriva appunto dalla sua identificazione, nel 1958, durante un’epidemia che aveva colpito delle scimmie tenute in un laboratorio di ricerca a Copenaghen. Così come le scimmie, anche gli esseri umani possono essere contagiati dal virus, come scoperto la prima volta nel 1970 nella Repubblica Democratica del Congo. Da allora, diversi altri contagi si sono registrati sia in Africa sia in altri Paesi”.

“In tutti i casi, però, i focolai di infezione erano ristretti e riconducibili a interazione diretta con animali malati o a viaggi in Africa. Nell’ultimo mese – osserva l’immunologa – invece, si sono verificati numerosi casi di vaiolo delle scimmie in molti Paesi tra cui Regno Unito, Spagna, Portogallo, Canada, Australia, Stati Uniti e Italia. L’ampia diffusione geografica e il fatto che siano colpite persone che non hanno avuto contatti con animali infetti e che non hanno viaggiato in zone a rischio suggeriscono che ci sia stato un cambiamento nella capacità di trasmissione del virus”.

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“La trasmissione tra esseri umani – ricorda l’esperta – è infatti possibile ma di solito è un evento raro e il contagio non si diffonde. Come spiegare quindi quello che sta accadendo? Due fattori possono concorrere alla diffusione del virus: un cambiamento di trasmissibilità del virus stesso e un calo dell’immunità a livello della popolazione mondiale. Il vaccino contro il vaiolo umano, infatti, ci rendeva immuni anche nei confronti di questa zoonosi ma oggi gran parte delle persone non è vaccinata e quindi non è protetta. Questo calo dell’immunità di comunità può aver lasciato spazio ad un virus che finora si era riusciti a tenere sotto controllo”.

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“La malattia – prosegue la scienziata – che si presenta con febbre, mal di testa e dolori muscolari ed è tipicamente accompagnata da ingrossamento dei linfonodi e, dopo qualche giorno, da rush cutaneo che evolve nelle tipiche lesioni – si risolve nella maggior parte dei casi nel giro di 2-4 settimane, ma può manifestarsi in forma severa e con una mortalità che in tempi recenti si è aggirata intorno al 3-6%”.

“Siamo di fronte a una nuova pandemia? – si chiede l’immunologa – È troppo presto per dirlo ma gli scienziati credono di riuscire a limitare la diffusione del virus attraverso il tracciamento e l’isolamento dei contatti stretti. Tuttavia, nell’era post-vaiolo umano e in assenza di immunità nelle popolazioni, quello che sta accadendo in questi giorni conferma l’allarme ben noto nella comunità scientifica: il virus del vaiolo delle scimmie rappresenta un reale problema per la salute pubblica e misure di contenimento vanno prese prima che sia troppo tardi”.

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