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Transizione ecologica e industria, ultima chiamata per la razionalità

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Secondo il viceministro all’Ambiente Vannia Gava, il Vecchio Continente deve puntare su una maggiore flessibilità sulla realizzazione degli obiettivi prefissati

di Jacopo Nassi

La transizione ecologica non è più soltanto una questione ambientale: è un terreno di competizione geopolitica, industriale e tecnologica sul quale l’Europa è arrivata impreparata e rischia il disastro economico oltre che ecologico.

Nel corso dell’incontro dal titolo “Motori plurali – Un futuro verde ma non al verde”, promosso da Economy a Roma presso l’Auditorium delle Ferrovie dello Stato Italiane, diversi esperti hanno delineato un quadro che richiede lucidità strategica e la capacità di coniugare sostenibilità, innovazione e crescita economica. Pena, conseguenze nefaste.

“L’Europa, a differenza di Stati Uniti e Cina, non ha ancora pienamente compreso la dimensione geopolitica della sfida climatica e digitale”, ha esordito come con un colpo d’incontro un ambientalista della prima ora, l’ex vicepremier e già sindaco di Roma Francesco Rutelli: “Pechino detiene oggi il 92% della capacità mondiale di lavorazione dei minerali critici, indispensabili per tecnologie energetiche e digitali, un primato che segnala non solo dipendenze strategiche gravissime a carico dell’Occidente, ma anche un terreno competitivo sul quale l’UE rischia di agire in ritardo, mentre la domanda europea di materiali come il germanio o il gallio è destinata a salire del 30% nei prossimi anni, secondo stime internazionali.

A questo scenario si sommano le conseguenze già tangibili del riscaldamento globale: lo scioglimento del permafrost con la liberazione di metano, l’aumento della temperatura degli oceani — fino a +5 °C nel Mediterraneo — e la destabilizzazione dei sistemi climatici mondiali.

Sul fronte politico, importanti le parole del viceministro all’Ambiente Vannia Gava (nella foto): il Green Deal europeo richiederà ancora molti interventi, dal potenziamento dei biocarburanti agli investimenti contro il dissesto idrogeologico.

Il rinvio di alcune scadenze internazionali, ha sostenuto, ha permesso di evitare squilibri eccessivi per imprese e cittadini, pur nella consapevolezza che il Paese dovrà affrontare eventi climatici sempre più gravi.

La transizione deve essere realistica e sostenibile, e l’accordo che è stato recentemente raggiunto in tal senso in Commissione Europea ha recepito molte istanze italiane, in particolare sulla maggiore flessibilità nella realizzazione degli obiettivi, sulla rimodulazione e riduzione del target complessivo e soprattutto sull’inserimento di misure abilitanti per accompagnare la transizione, soprattutto sulle filiere più esposte.

Inoltre è stato riconosciuto il ruolo utile e dunque ancora necessario di alcune tecnologie alternative all’elettrico per la transizione come ad esempio i biocarburanti, “Un passo in avanti positivo per difendere la competitività delle nostre imprese e a difesa del lavoro.

Il prossimo appuntamento sarà il 10 dicembre, quando ci sarà il Consiglio Ambiente dove chiederemo di riaprire la discussione sul face out del motore endotermico al 2035 puntando su tecnologie innovative a basse o zero emissioni”, ha concluso il viceministro.

Secondo il Prof. Franco Ferrario, docente straordinario al Politecnico di Milano, la questione non è più se decarbonizzare, ma come farlo. Il costo della transizione è altissimo, da qui al 2050 lo si stima tra i 5.000 e i 12.000 miliardi di dollari all’anno; ma i danni causati dal suo ritardo potrebbero superare tali cifre di quattro o sei volte.

I dati, che meglio di qualunque cosa aiutano a toccare con mano la situazione, indicano che dove si è riusciti a ridurre le emissioni si è anche cresciuti economicamente: un’evidenza che dimostra come efficienza energetica e competitività possano avanzare insieme, a condizione di un approccio integrato e coerente.

Gli effetti economici sono significativi: dagli eventi estremi ai danni alle infrastrutture, fino al rischio concreto del superamento degli “otto punti di non ritorno” identificati dagli studiosi. Il primo, la morte progressiva delle barriere coralline, è già stato superato.

La logistica rappresenta un banco di prova cruciale per questa sfida. Silvio Damagini, amministratore delegato di Mercitalia Rail, ha evidenziato la necessità di un reale riequilibrio modale: il trasporto merci su ferro deve diventare l’ossatura delle tratte superiori ai 300 chilometri, mentre la gomma deve operare in modo complementare.

Sono stati fatti investimenti su molte nuove locomotive a basso assorbimento di energia, si sta puntando su integrazione ferro-mare-gomma. Inoltre servono certezze regolatorie, condizioni indispensabili per raggiungere gli obiettivi europei su emissioni e mobilità.

In questo quadro, però, la tecnologia non è una panacea. Come ha sottolineato Andrea Granelli nel suo intervento, la digitalizzazione è certamente un fattore di efficienza, ma introduce anche effetti collaterali spesso ignorati: consumi crescenti di risorse come l’acqua e rischi di “depotenziamento cognitivo”. I manager sono chiamati a decisioni che richiedono visione sistemica, consapevolezza degli impatti delle scelte e la capacità di guidare processi complessi.

Un altro fronte critico è quello dell’automotive. Andrea Cardinali, direttore generale di Unrae, ha ricordato come il settore sia tra i più regolamentati e allo stesso tempo tra i meno supportati.

L’Italia resta un’anomalia nel panorama europeo quanto a diffusione di veicoli elettrici, mentre l’età media del nostro parco circolante continua ad aumentare. Il nodo non è Bruxelles, sottolinea, bensì la capacità europea di difendere la propria competitività industriale in un contesto globale sempre più aggressivo.

Anche il trasporto pubblico locale richiede un deciso cambio di passo. Anthony Acconcia, amministratore delegato di Air Campania, ha evidenziato la necessità di politiche coraggiose e investimenti strutturali.

L’Italia mantiene uno dei più alti tassi di utilizzo dell’auto privata in Europa: una tendenza che rischia di compromettere gli obiettivi di riduzione delle emissioni se non accompagnata da un rafforzamento del TPL e da un’evoluzione culturale.

Il filo rosso che emerge da tutte le testimonianze è chiaro: la transizione ecologica non può essere affrontata con approcci emotivi o disordinati. Servono scelte razionali, investimenti adeguati, una visione unitaria e soprattutto la capacità di riconoscere che sostenibilità e crescita non sono obiettivi alternativi. Senza decisioni tempestive il rischio è quello di essere travolti dagli eventi. E questa volta, il costo dell’azione sarebbe insostenibile.

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